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    Dopo la quotazione, la Parmalat cambia pelle e si trasforma in Parmalat Finanziaria, diventa un impero da sessanta società e si espande in cinque continenti. Le espansioni costano e servono altri soldi per due motivi: continuare a finanziare il potere e staccare alti dividendi ai soci a fine anno. Una mano lava l’altra ma i rubinetti del credito sembrano non bastare mai. Serve una svolta:

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      Dopo la quotazione, la Parmalat cambia pelle e si trasforma in Parmalat Finanziaria, diventa un impero da sessanta società e si espande in cinque continenti. Le espansioni costano e servono altri soldi per due motivi: continuare a finanziare il potere e staccare alti dividendi ai soci a fine anno. Una mano lava l’altra ma i rubinetti del credito sembrano non bastare mai. Serve una svolta:
      iniziano le prime falsificazioni contabili e le nuove acquisizioni fanno salire l’attivo di bilancio coprendo i debiti della Parmalat. Contestualmente vengono emesse false fatture che servono a coprire il vero costo delle società acquisite, spesso indebitate. D’altronde quale miglior modo per mostrarsi in salute agli occhi dei mercati se non acquistando altre società?

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        Renato Carpentieri dirà che per rimanere “Nella serie A del capitalismo bisogna giocare a tre punte: un giornale, una squadra di calcio e una banca” (film Il Gioiellino, 2011). Ma una banca la Parmalat non l’ha mai avuta

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          Si passa agli anni Novanta, la piccola società di Collecchio è diventata un mostro che ha sempre bisogno di nuovi capitali per i vizi del suo presidente e del suo entourage. I soldi non bastano, quindi si inventano. I bilanci vengono truccati e Tonna grazie all’aiuto dell’avvocato Zini, consulente del gruppo scelto direttamente da Tanzi, creano una rete di società con sede in paradisi fiscali con lo scopo di far perdere l’origine del denaro. Inizia la vera truffa: riciclaggio, aggiotaggio, falso in comunicazioni (sociali e ai revisori) e ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza della Consob. Nasce la Bonlat, con sede alle isole Cayman, il cui scopo è quello di occultare le distrazioni di denaro ai danni della Parmalat.

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            Il meccanismo funziona così:

            la Parmalat emette false fatture per far figurare crediti verso la Bonlat, e quest’ultima sorregge le perdite industriali del gruppo mediante acquisti fittizi di licenze e altro. Nessuno potrà mai controllare, perché alle Cayman non vi è l’obbligo di presentare un bilancio. Ma non basta, Tanzi userà la rete di società offshore per prelevare soldi a suo piacimento. Girerà i soldi dalla Parmalat alla Bonlat, passando per il Delaware, Lussemburgo e Malta. Arrivati a Parma è impossibile per banche o inquirenti riscostruire l’origine del denaro. E il buco di bilancio aumenta.

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              Il meccanismo funziona così:

              la Parmalat emette false fatture per far figurare crediti verso la Bonlat, e quest’ultima sorregge le perdite industriali del gruppo mediante acquisti fittizi di licenze e altro. Nessuno potrà mai controllare, perché alle Cayman non vi è l’obbligo di presentare un bilancio. Ma non basta, Tanzi userà la rete di società offshore per prelevare soldi a suo piacimento. Girerà i soldi dalla Parmalat alla Bonlat, passando per il Delaware, Lussemburgo e Malta. Arrivati a Parma è impossibile per banche o inquirenti riscostruire l’origine del denaro. E il buco di bilancio aumenta.
              Alla Bonlat viene intestato un conto da 3,9 miliardi di euro presso Bank of America. Un conto liquido di soldi che non esistono. Non si può dire che gli amministratori siano privi di fantasia. Non è l’unica banca d’affari con cui Parmalat ha rapporti, ci sono più o meno tutti, da UBS a Merrill Lynch, da Deutsche Bank a JP Morgan. Con loro e molte altre banche la società del latte colloca l’emissione di obbligazioni che vengono vendute facilmente ai risparmiatori attraverso gli sportelli delle banche di tutta Italia. Banche dove il nome Tanzi ha ancora una certa influenza nonostante abbiano un credito verso la Parmalat. Così, in tredici anni la Parmalat si indebita per 8 miliardi di euro solo emettendo bond.

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                Anziché concedere ulteriori prestiti, le banche capiscono che attraverso la vendita dei bond possono scaricare il rischio di credito sulla Parmalat stessa, che ora si impegna a rimborsare ai risparmiatori l’ammontare dei bond una volta giunti a scadenza. Allo stesso tempo si garantiscono dalle esposizioni dei precedenti prestiti verso Parmalat e guadagnano una percentuale dalla vendita dei bond.La truffa va avanti perché sulla carta ci guadagnano tutti: la Parmalat che incassa liquidità, i risparmiatori che investono su un titolo sicuro, le banche che guadagnano dalle percentuali di vendita dei bond. Fino all’8 dicembre 2003, il giorno in cui la Parmalat annuncia di non avere sufficiente liquidità per onorare la restituzione di un bond da 150 milioni. Alla successiva apertura di borsa il titolo perde il 40%

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                  Ma la vera stangata arriva il 19 dello stesso mese: in una lettera a Bankitalia, Bank of America comunica che il conto intestato a Bonlat per 3,9 miliardi di euro è un conto inventato dagli amministratori di Collecchio. Non esiste e non è mai esistito. Il logo era stato creato con uno scanner e una fotocopiatrice. Crolla il mondo addosso a Parma. I giornali, amici fino a ieri, iniziano a chiedere teste rotolanti. Tanzi viene accusato dalle stesse colonne della Gazzetta di Parma, allora diretto da Candido Marco Rosi, vicino allo stesso Tanzi. Parma gli volta le spalle, ma a Roma le cose non vanno meglio. Nella seconda Repubblica, l’imprenditore di Collecchio non ha più referenti a cui rivolgersi e si trova intrappolato in quella rete che aveva meticolosamente creato. Come spesso accade in Italia, tutti scendono dal carro vincente quando questo non vince più.

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                    Mentre gli ufficiali della Guardia di Finanza fanno irruzione in azienda trovano la banda dei ragionieri intenta a sfasciare i computer con martelli per cancellare tutti i dati compromettenti. Gli ufficiali accerteranno che spesso le fatture venivano create con una semplice fotocopiatrice. Verranno indagate 180 persone di cui 110 andranno a processo, tra amministratori, sindaci, dirigenti, revisori e contabili. Alla procura di Milano verrà attribuita la competenza delle indagini per reati finanziari mentre a quella di Parma l’associazione a delinquere e la bancarotta fraudolenta.

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                      Le banche che hanno venduto i bond Parmalat saranno tutte assolte.

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